Mentre in Italia si sperimenta una nuova miscela di gas e idrogeno per alimentare un’area residenziale in provincia di Modena, un recente report del think tank britannico Westwood Global Energy Group mette in luce la drammatica battuta d’arresto che questo vettore energetico sta subendo in Europa.
Sebbene l’idrogeno sia considerato strategico per il processo di decarbonizzazione, il settore sta attraversando una fase di stallo nella maggior parte degli Stati membri. I dati contenuti nel rapporto, intitolato Hydrogen 2025, offrono un quadro dettagliato della situazione, evidenziando criticità significative: circa il 20% dei progetti previsti nel Vecchio Continente entro il 2030 è stato cancellato o bloccato.
Il Report, in particolare, fornisce una panoramica degli ostacoli normativi, i costi e le difficoltà economiche che attualmente frenano l’espansione della filiera.
Il futuro dell’idrogeno tra ostacoli normativi e sfide economiche
Complessivamente, i progetti bloccati in Europa sono 23, per una capacità combinata di 29,2 GW (LHV). Le cause della decelerazione, secondo Westwood, risiedono principalmente nella carenza di politiche e finanziamenti adeguati. Il report evidenzia, inoltre, la grande incertezza che domina il settore in merito ai costi: l’idrogeno di origine fossile risulta significativamente più economico rispetto a quello verde, ma non soddisfa i requisiti necessari per una reale transizione energetica.
Quali prospettive per il mercato energetico europeo?
In Europa, negli ultimi anni, l’idrogeno ha assunto una posizione sempre più centrale nella strategia verso il Net Zero, con obiettivi di produzione ambiziosi fissati dalle roadmap politiche, il cui raggiungimento dovrebbe avvenire entro il 2030. A completamento di questi piani, sono stati stanziati ingenti finanziamenti: solo nel quarto trimestre del 2024 sono stati allocati 32,9 miliardi di euro per sostenere la produzione di idrogeno e lo sviluppo delle relative infrastrutture.
I numeri emersi dall’analisi del think tank britannico mostrano, però, che molti degli obiettivi fissati rischiano di non essere raggiunti, e una parte significativa della pipeline non sarà realizzata. Nello scenario più pessimistico, in cui si registrano scarsi progressi, solo il 17% dei progetti europei di idrogeno potrebbe entrare in funzione entro il 2030.
Nel Regno Unito poi, più orientato verso la produzione di idrogeno con CCS (Carbon Capture and Storage), la situazione è ancora più complessa: la pipeline attuale potrebbe concretizzarsi solo per un 1-24% entro il 2030.
Gran parte delle difficoltà si sono manifestate in particolare nei settori inizialmente considerati più promettenti, come riscaldamento, trasporto su strada ed esportazione. Ne è un esempio il progetto di Equinor, un gasdotto da 3 miliardi di euro tra Norvegia e Germania, associato a un impianto di 10 GW (LHV). La sua funzione doveva essere quella di esportare idrogeno e rifornire le centrali di RWE, ma costi eccessivi e incertezze di mercato hanno fermato il progetto nel settembre 2024.
Anche nel settore dei trasporti, il ruolo dell’idrogeno è stato notevolmente ridimensionato. Basti pensare che in Germania, la società H2Mobility ha annunciato la chiusura di oltre il 25% delle stazioni di rifornimento di idrogeno, concentrandosi invece sui veicoli commerciali e pesanti.
Secondo le stime di Westwood, il potenziale di sviluppo varia significativamente in base ai progressi su tre fronti: quadro normativo, meccanismi di finanziamento e incentivi per la domanda.
Implementando in modo efficace i framework normativi, i finanziamenti e gli obblighi di domanda, potrebbe considerarsi fattibile la realizzazione di circa il 70% della pipeline attuale. In tal modo l’UE riuscirebbe a raggiungere gli obiettivi di produzione, andando a soddisfare soprattutto la domanda proveniente dall’industria.
La Strategia Italiana dell’Idrogeno
In questo contesto s’inserisce l’avvio del test nostrano, che fa seguito alla sottoscrizione di un protocollo tra Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Inrete Distribuzione Energia e Comitato Italiano Gas. Nel dettaglio si tratta dell’immissione di una miscela di gas naturale con il 5% di idrogeno nella rete di distribuzione gas a servizio di una zona abitata. L’esperimento fa parte della Strategia Nazionale italiana dell’Idrogeno, un piano che contempla tutte le azioni necessarie allo sviluppo del settore da qui al 2050.
“La nostra Strategia Nazionale guarda all’idrogeno come fonte in grado di contribuire vivacemente alla decarbonizzazione: ne beneficeranno in particolare i settori dell’industria e dei trasporti, ma come dimostra la giornata odierna potrà essere una positiva novità anche direttamente per i cittadini” ha commentato il ministro Gilberto Pichetto Fratin a margine della prova di blending.
Attualmente il Piano italiano destina 6 miliardi di euro alla filiera della fonte energetica, intenzionato a valorizzare la versatilità del vettore. L’idrogeno può, infatti, essere prodotto da fonti rinnovabili, fossili e nucleari. Sul fronte della domanda, il documento stima consumi di idrogeno compresi tra 6,39 e 11,93 Mtep, con diversi scenari di diffusione, ma con un’attenzione particolare ai trasporti pesanti, marittimi, aerei e ferroviari.
Un progetto chiave per il Bel Paese è il Southern Hydrogen Corridor, che prevede la creazione di una dorsale infrastrutturale per il trasporto dell’idrogeno, collegando Nord Africa, Italia, Austria e Germania. Il gasdotto rafforzerebbe il ruolo dell’Italia come snodo centrale per l’importazione a livello europeo.