guerra commerciale

I dazi usciti dagli esercizi di “Trumponomics” costeranno fino a 500 miliardi di dollari di PIL globale

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Il Presidente degli Stati Uniti ha annunciato i tanto attesi dazi sulle importazioni americane da quasi tutto il mondo. Colpiranno un po’ tutti i Paesi e all’Unione europea è toccato il 20%. In attesa della risposta di Bruxelles, si apre una nuova fase storica per i commerci mondiali.

Come funzionano i dazi del “Liberation Day”

Il 2025 segna un nuovo capitolo nella politica commerciale statunitense e nella storia dei commerci globali. Con l’annuncio dei cosiddetti dazi del “Liberation Day”, l’amministrazione Trump ha varato un imponente schema tariffario che, secondo la retorica presidenziale, mira a far “rinascere l’industria americana” e “reclamare il destino degli Stati Uniti“. Ma a quale prezzo per l’economia globale?

Questi dazi “reciproci” sono pensati per colpire i Paesi stranieri con tariffe equivalenti alla metà dei costi che si suppone essi impongano alle esportazioni statunitensi, tra cui tariffe, manipolazione valutaria e barriere non tariffarie.

Ogni Paese ha ricevuto un “numero tariffario” base, applicabile alla maggior parte dei beni, con alcune eccezioni di rilievo (acciaio, alluminio e veicoli a motore), già soggette a misure precedenti.

Esercizi di “Trumponomics”

Numeri peraltro diffusamente contestati, perché quelli che da tutti sono chiamati “Dazi”, sono in realtà il rapporto tra il deficit USA della bilancia commerciale con un singolo paese e il totale delle importazioni da quel paese. Probabilmente si tratta di tabelle che prendono in considerazione solo i ‘beni’ e non i ‘servizi’.

Nella prima colonna, i dazi che Trump sostiene vengano imposti all’America, sono da calcolati secondo un’aritmetica della Casa Bianca che in tanti hanno considerato molto discutibile: “un esercizio di Trumponomics che ha sfidato gli esperti“, si legge su news.sky.com.

Qui sopra il calcolo pubblicato dall’amministrazione Trump su come sono state elaborate le tariffe per ogni paese.

L’aritmetica della Casa Bianca sembra basarsi semplicemente sui calcoli del deficit commerciale, che a loro volta sono conseguenza della domanda e dell’offerta.

In un articolo di approfondimento su theconversation.com, Niven Winchester, Professore di Economia alla Auckland University of Technology, ha provato a fare due calcoli sui costi globali di questa guerra dei dazi appena avviata, in base alla ormai già celebre tabella delle tariffe mostrata dal Presidente americano Donald Trump, in diretta nazionale (e mondiale), dal Rose Garden della Casa Bianca.

  • Tariffa minima: 10%
  • Esempi di tariffe più alte:
    • Vietnam: 46%
    • Thailandia: 36%
    • Cina: 34% (che si somma a un ulteriore 20% esistente, per un totale del 54%)
    • Indonesia, Taiwan: 32%
    • Svizzera: 31%
    • Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda: 10%

Messico e Canada, pur essendo esenti da questi dazi reciproci, sono soggetti a una tariffa del 25% sotto un altro ordine esecutivo.

Impatto sul PIL globale con ritorsioni

I dazi di Trump rischiano di distruggere l’ordine mondiale del libero scambio di cui gli Stati Uniti stessi sono stati promotori fin dalla Seconda guerra mondiale“, ha affermato Takahide Kiuchi, economista esecutivo del Nomura Research Institute.

Nei prossimi mesi vedremo i primi effetti diretti di questa politica tariffaria, con l’aumento dei prezzi (e quindi del rallentamento della domanda) causati dalle nuove imposte indirette (cioè i dazi) applicate a migliaia di beni acquistati e venduti da consumatori e aziende in tutto il pianeta. 

Ancora più pesante il giudizio espresso da Antonio Fatas, macroeconomista presso la business school INSEAD in Francia: “Mi attendo una deriva dell’economia statunitense e globale verso performance peggiori, accompagnata da maggiore incertezza e forse anche da qualcosa che potremmo definire una recessione globale” (al momento scartata come ipotesi dalla direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva).

Le economie colpite hanno annunciato che risponderanno con dazi equivalenti sulle esportazioni statunitensi. Secondo un modello di equilibrio economico generale (CGE) utilizzato per stimare gli impatti:

  • Stati Uniti: -438,4 miliardi di dollari (-1,45% del PIL), pari a -3.487 dollari per famiglia (su 126 milioni di famiglie)
  • Messico: -2,24% del PIL, -1.192 $ per famiglia
  • Canada: -1,65% del PIL, -2.467 $ per famiglia
  • Vietnam: -0,99%
  • Svizzera: -0,32%

Al contrario, alcune nazioni beneficeranno della nuova geografia commerciale:

  • Nuova Zelanda: +0,29% del PIL, +397 $ per famiglia
  • Brasile: +0,28%
  • Totale perdite PIL resto del mondo: -62 miliardi di dollari
  • Perdita totale globale: 500 miliardi di dollari (-0,43%)

Senza ritorsioni: chi perde e chi guadagna

Nel caso in cui gli altri Paesi non reagiscano:

  • Stati Uniti: -149 miliardi di dollari (-0,49%)
  • PIL resto del mondo: -155 miliardi di dollari (perdita più che doppia rispetto allo scenario con ritorsioni)
  • Regno Unito: guadagna di più, grazie a basse tariffe e maggiore accesso al mercato statunitense

Questo dimostra che, paradossalmente, la ritorsione limita i danni per il resto del mondo, ma aggrava la situazione economica statunitense.

Potenziale contrazione complessiva del PIL mondiale pari a 500 miliardi di dollari

I dazi del “Liberation Day” potrebbero avere effetti devastanti sull’economia globale, con una contrazione complessiva del PIL mondiale di 500 miliardi di dollari. Il protezionismo, lungi dal rafforzare l’economia americana, sembra piuttosto minarne le fondamenta, lasciando le famiglie statunitensi e i loro principali partner commerciali con un conto salato da pagare.

Ecco una stima dettagliata dei costi che l’Unione Europea (UE) dovrà affrontare in seguito all’introduzione dei nuovi dazi statunitensi del “Liberation Day”, considerando sia lo scenario con ritorsioni che quello senza:

Ue pronta a rispondere, ma anche a negoziare

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito i nuovi dazi universali imposti da Donald Trump un “duro colpo per l’economia mondiale”, annunciando che l’Unione europea è pronta a rispondere con contromisure qualora i colloqui con Washington fallissero. Da Samarcanda, alla vigilia del vertice UE-Asia Centrale, von der Leyen ha confermato che Bruxelles sta finalizzando un primo pacchetto di dazi su merci americane per un valore fino a 26 miliardi di euro, in risposta ai dazi su acciaio e alluminio entrati in vigore il 12 marzo.

La nuova politica commerciale statunitense prevede una tariffa minima del 10% su quasi tutte le importazioni, con un’aliquota del 20% per i prodotti europei. In risposta, l’UE starebbe valutando ulteriori misure, comprese possibili restrizioni all’accesso delle aziende americane ai bandi pubblici e ai mercati europei di servizi, in particolare digitali e finanziari.

La Francia ha fatto sapere che una seconda ondata di dazi potrebbe scattare a fine aprile, mentre il premier italiano Giorgia Meloni ha auspicato un accordo per evitare una guerra commerciale, senza però escludere una risposta “adeguata”.

L’UE è in una posizione delicata: nel 2024 ha esportato verso gli Stati Uniti merci per 532 miliardi di euro, contro 334 miliardi di importazioni. Tuttavia, settori strategici come energia e farmaceutica sono difficili da colpire. Uno studio della BCE stima che dazi generalizzati al 25% da parte degli USA potrebbero far calare la crescita dell’Eurozona dello 0,3%, e fino allo 0,5% con contromisure UE.

Von der Leyen ha concluso esprimendo rammarico per la scelta americana, ma ha ribadito l’apertura dell’UE a un negoziato per riformare le regole del commercio globale.

Quanto costeranno i dazi di Trump all’UE? Una stima

Di seguito una stima dei costi che l’Unione europea (UE) dovrà affrontare in seguito all’introduzione dei nuovi dazi statunitensi del “Liberation Day”, considerando sia lo scenario con ritorsioni che quello senza, ma senza la possibilità di scendere nel dettaglio di ogni singolo Paese, perché si tratterà di dazi reciproci e ogni nazione provvederà a negoziare il proprio destino commerciale (a meno che Bruxelles non riesca a trovare una risposta comune e compatta.

l dato sull’impatto economico per l’Unione Europea è stato stimato in modo indiretto, partendo dai dati del modello globale proposto dal Professor Winchester.

Scenario 1: con ritorsioni dell’Ue

L’UE ha già annunciato che risponderà con dazi equivalenti sulle importazioni dagli Stati Uniti, in linea con l’approccio “reciproco” americano.

Effetti Stimati:

  • Anche se l’UE non è elencata esplicitamente con una tariffa precisa, i dati suggeriscono che i partner commerciali più grandi e avanzati (come la Svizzera, il Regno Unito e il Canada) subiranno cali del PIL da 0,3% a 1,6%.
  • Stima conservativa per l’UE: una diminuzione del PIL dello 0,3%–0,6%, equivalente a 70–140 miliardi di dollari circa, considerando il PIL complessivo dell’Unione di oltre 23 trilioni di dollari.
  • L’impatto varia per paese: Germania, Francia e Italia – principali esportatori verso gli USA – sarebbero tra i più colpiti.

Impatto sulle famiglie europee:

  • Calo medio del reddito disponibile stimato tra 300–800 € annui per famiglia, in base alla struttura delle esportazioni e alla dipendenza dal mercato USA.

Scenario 2: senza ritorsioni dell’Ue

Se l’UE decidesse di non rispondere con dazi propri, le conseguenze economiche interne sarebbero più gravi, nonostante il risparmio apparente sulle tariffe reciproche.

Effetti Stimati:

  • Il modello evidenzia che il costo per il resto del mondo è più del doppio se non si reagisce: -155 miliardi di dollari, contro i -62 miliardi con ritorsioni.
  • Di questi, una parte consistente ricadrebbe sull’Unione Europea, con un calo del PIL stimato tra lo 0,5% e lo 0,8%, ovvero fino a 180 miliardi di dollari.

Perché peggiora senza ritorsione?

Senza contromisure, le esportazioni europee verso gli USA calano, ma non c’è compensazione attraverso vantaggi competitivi su altri mercati.

Le imprese europee, infatti, potrebbero molto probabilmente perdere quote di mercato negli USA a favore di Paesi come Brasile o Nuova Zelanda, che godono di tariffe inferiori.

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