l'analisi

Energia digitale, il buco nero che divora il futuro?

di Marco Pugliese, Giornalista di economia, docente universitario e analista Cisint |

Nel 2023, i data center mondiali hanno consumato 460 terawattora (TWh) di elettricità, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA).

Viviamo nel culto della nuvola, del cloud. Ci hanno convinti che sia tutto leggero, etereo, senza corpo. I dati? “Stanno in rete.” I server? “Li gestisce qualcun altro.” I costi? “Ma no, è tutto incluso.” Come no. Ogni gesto digitale, ogni file salvato, ogni video guardato, ogni domanda fatta a un’intelligenza artificiale, consuma energia. E non poca.

Nel 2023, i data center mondiali hanno consumato 460 terawattora (TWh) di elettricità, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA). È l’1,8% del consumo globale di elettricità. Entro il 2026 si prevede che questa cifra raddoppi, arrivando a quasi 1.000 TWh. Tradotto: più di due volte l’intero consumo elettrico dell’Italia (circa 300-330 TWh l’anno). E questa è solo la punta dell’iceberg.

Solo Amazon Web Services (AWS), il colosso del cloud, possiede più di 125 data center sparsi nel mondo. Uno solo di questi può consumare fino a 100 megawatt in funzione a pieno regime, come una città di 80.000 abitanti. In Irlanda, i data center assorbono già il 18% della fornitura elettrica nazionale: nel 2015 era il 5%. Entro il 2030 si stima che possano superare il 30%. Nel frattempo, Meta (Facebook) costruisce in Danimarca un centro che consuma quanto 150.000 case. Google, a The Dalles (Oregon), ha chiesto di accedere a una quantità d’acqua pari al 25% dell’intera risorsa idrica cittadina – solo per raffreddare i server.

La fame energetica del digitale è ovunque. Il mining di Bitcoin, secondo il Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index, ha consumato 143 TWh nel 2022. Più dell’Argentina (121 TWh), o della Norvegia (124 TWh). Ogni transazione Bitcoin comporta un dispendio energetico di circa 1.173 kWh, l’equivalente di 100.000 transazioni con carta di credito. E il bello è che il numero di transazioni giornaliere è intorno alle 300.000: altro che moneta del futuro, è un forno che lavora H24, spesso alimentato a carbone in paesi come il Kazakistan o l’Iran.

Ma il vero colpo di grazia lo sta dando l’Intelligenza Artificiale. Addestrare GPT-3 ha richiesto oltre 1.287 megawattora, generando più di 550 tonnellate di CO₂. È come far volare un jet privato tra Londra e San Francisco 300 volte. E GPT-4 è dieci volte più grande. Si stima che entro il 2027 l’AI da sola potrebbe consumare oltre 80 TWh all’anno, solo in fase di addestramento. Ogni query a ChatGPT consuma tra i 2 e i 4 Wh, mentre una ricerca su Google si ferma a 0,3 Wh. Se milioni di utenti fanno centinaia di milioni di richieste ogni giorno, il calcolo è semplice: una nuova centrale serve solo per rispondere alle nostre curiosità.

E poi c’è il nostro passatempo preferito: lo streaming video. Netflix, YouTube, Prime Video, TikTok. Nel 2022 lo streaming rappresentava il 65% del traffico globale di internet. Guardare un’ora di Netflix in HD può consumare 0,2-0,4 kWh. Moltiplica per miliardi di ore al giorno: si arriva a 300 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno, secondo The Shift Project. Per capirci: è l’equivalente delle emissioni annuali della Spagna.

Anche YouTube è un gigante invisibile: ogni minuto vengono caricate 500 ore di video; ogni giorno, più di 30 milioni di gigabyte. A livello energetico, questa attività genera circa 11 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno – solo YouTube, da solo. TikTok? Stesso discorso, ma con cicli video più brevi e ossessivi. Se il cloud è una nuvola, è una nuvola nera.

Nel frattempo, il mondo reale si adatta. Microsoft compra interi parchi eolici in Svezia. Google investe in centrali geotermiche in Islanda. Amazon fa accordi per accaparrarsi energia solare negli Emirati. I colossi del digitale stanno diventando aziende energetiche, e si muovono in modo aggressivo, geopolitico, neocoloniale. Sfruttano territori, si piazzano dove l’energia costa poco e la voce pubblica conta meno.

E noi? Sorridiamo davanti all’ennesimo spot sull’innovazione green, ma intanto non spegniamo mai il Wi-Fi, accumuliamo migliaia di foto sul cloud, interroghiamo assistenti vocali per sapere che tempo fa a Tokyo. Pensiamo di essere cittadini digitali, ma siamo consumatori ignari di elettricità. E ogni gesto ha un costo. Solo che lo paga qualcun altro, da qualche altra parte del mondo.

Abbiamo bisogno di una cultura del limite. Di sapere, misurare, insegnare. Le scuole dovrebbero parlare di impronta digitale come si parla di quella ecologica. Ogni docente dovrebbe spiegare ai ragazzi che un video virale ha un impatto, che un’IA non è neutra, che dietro ogni bit c’è un kilowattora da qualche parte. E che il futuro non si costruisce solo con i dati, ma anche con la responsabilità.

Perché se è vero che viviamo in un mondo connesso, è altrettanto vero che ogni connessione ha un costo. E se non impariamo a guardare in faccia questo costo – energetico, sociale, ambientale – ci sveglieremo con un blackout globale, e scopriremo troppo tardi che il digitale, così com’è oggi, non è affatto sostenibile.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz