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Democrazia Futura. Finita è l’emergenza, odo augelli fare festa…

Draghi

Stefano Rolando torna di nuovo sul governo Draghi alla vigilia delle elezioni del Presidente della Repubblica in un pezzo “Finita è l’emergenza, odo augelli fare festa…” evidenziando quelle che nell’occhiello sono definite “Preoccupazioni legittime sulle sorti della nostra democrazia”. “E’ esaurito il ciclo emergenziale del governo di quasi-unità nazionale? Sono pronti gli italiani a veder tornare in scena la fisiologia conflittuale della politica? Entrambe sono domande legittime, così come sono legittime le preoccupazioni per le sorti della democrazia. La soluzione per il Quirinale sarà la risposta (alta ?) ad un tema che non ammette finte di comodo”. Dopo un breve “ripasso” sulla condizione dei partiti nella prima repubblica e sulle conseguenze della sua crisi per cui “le forze oscure (che poi in Italia sono sempre state le stesse, largamente manovrate dai “servizi” e abili solo in una cosa, alzare polveroni per togliere di mezzo gli artefici del cambiamento) sono riuscite nel capolavoro di uno scompaginamento di sistema: far saltare tutto (unico paese tra i fondatori dell’Europa), per consegnare ai figli di un dio minore (anzi due, il dio Mellifluo e la dea Improvvisazione) i destini di un sistema politico immaginato come un brodo allungato fino a perdere colore, sapore e spessore. Buono solo a bollire e a far scottare le dita. Finita la possibilità di governare, è nata l’idea (massimamente prodotta dal Cavaliere, vero regista della grande discontinuità) del “non senso di governare”, Rolando (1) osserva amaramente come “Alla fine di questo brodo allungato oltre i limiti (la cosiddetta “seconda Repubblica”) ci sono stati riconsegnati partiti intesi come ossi spolpati delle loro storie, alla prese con un’ormai unica preoccupazione: l’autoconservazione […] I partiti della “seconda Repubblica”, pur con molteplici adattamenti, hanno espresso una progressiva dequalificazione. Il senso della storia è diffusamente evaporato, così come il ripudio delle ideologie ha finito per sconfinare anche nel rifiuto delle teorie”. Su queste premesse Rolando cerca di rispondere agli interrogativi iniziali chiedendosi cosa succederà con la nuova fase che si apre con la nomina del nuovo Presidente della Repubblica rispetto a tre percorsi di indagine: i partiti, il premier, la logica di sistema.

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E’ esaurito il ciclo emergenziale del governo di quasi-unità nazionale? Sono pronti gli italiani a veder tornare in scena la fisiologia conflittuale della politica? Entrambe sono domande legittime, così come sono legittime le preoccupazioni per le sorti della democrazia. La soluzione per il Quirinale sarà la risposta (alta ?) ad un tema che non ammette finte di comodo.

Nel momento in cui torna in campo un argomento delicato,  prendere in considerazione che l’emergenza politica non può durare in eterno, ovvero che – come scrive per esempio Piero Ignazi (2) – è necessario che si ripristini “la fisiologia della conflittualità politica di cui è fatta la nostra democrazia”, torna anche a porsi una legittima domanda: ma queste nostre forze politiche, messe in pronto-soccorso con il governo di quasi-unità nazionale, hanno davvero ritrovato una loro adeguata fisiologia?

Avendo scritto molti articoli in agosto sul “pronto-soccorso” sono stato uno dei destinatari della domanda implicita: è legittimo invocare ora il ritorno alla “fisiologia” (conflittuale nel senso che i partiti sono in re delle “parti”)?

Lo faccio tenendo conto dell’evoluzione degli stessi paradigmi di valutazione, cioè dei tre tempi – tra di loro ben diversi – con cui nella mia stessa vita ho trovato interesse e spesso passione per questo genere di momenti, diciamo così “cruciali”. Ho studiato scienze politiche. Poi, in molti percorsi professionali in condizioni di indipendenza, ho conosciuto da vicino storie politiche. Negli ultimi vent’anni ho percepito soprattutto scorie politiche.

Ho scritto, con rammarico e speranze, del pronto-soccorso della politica con l’auspicio sincero che il format dell’Esprit républicain offerto da Mario Draghi non avrebbe umiliato la condizione dei partiti (3). Consentendo una distribuzione dei dividendi di una azione governativa probabilmente di successo per uscire dal buco nero della fine del 2020: nessuna maggioranza, nessuna certezza di governo, bassissima reputazione per tutti.

Della vicenda di quei partiti sia consentito uno schematico “ripasso”, tra la prima e l’ipotetica terza Repubblica.

Ripasso

Per mezzo secolo siamo stati – politicamente parlando – parte di storie che erano anche case a cui appartenere, ma con diversi tetti, diversi camini, diversi scaffali di libri, diverse cucine.

Soprattutto con folti siepi delimitanti il pluralismo delle proprie ragioni.

Nell’insieme, i partiti della “prima Repubblica” non esprimevano solo stinchi di santo. Ma agiva in molti il senso della storia, cercando di tenere insieme radice sociale e opzioni ideali.

Proprio quando questo schema stava però per produrre il suo complesso secondo tempo, raccogliendo un rilancio economico e un miglior tasso di reputazione internazionale, le forze oscure (che poi in Italia sono sempre state le stesse, largamente manovrate dai “servizi” e abili solo in una cosa, alzare polveroni per togliere di mezzo gli artefici del cambiamento) sono riuscite nel capolavoro di uno scompaginamento di sistema: far saltare tutto (unico paese tra i fondatori dell’Europa), per consegnare ai figli di un dio minore (anzi due, il dio Mellifluo e la dea Improvvisazione) i destini di un sistema politico immaginato come un brodo allungato fino a perdere colore, sapore e spessore. Buono solo a bollire e a far scottare le dita.

Finita la possibilità di governare, è nata l’idea (massimamente prodotta dal Cavaliere, vero regista della grande discontinuità) del “non senso di governare”. Limitando il menu all’occupazione di posti pagati dal contribuente e i contenuti al confezionamento comunicativo di un sistema alimentato dalla “società che può anche fare da sola”.

Le ultime sequenze

Alla fine di questo brodo allungato oltre i limiti (la cosiddetta “seconda Repubblica”) ci sono stati riconsegnati partiti intesi come ossi spolpati delle loro storie, alla prese con un’ormai unica preoccupazione: l’autoconservazione. Persino i partiti cosiddetti “nuovi”.

I partiti della “seconda Repubblica”, pur con molteplici adattamenti, hanno espresso una progressiva dequalificazione. Il senso della storia è diffusamente evaporato, così come il ripudio delle ideologie ha finito per sconfinare anche nel rifiuto delle teorie. Poi, come regalo genetico di un sistema con dna deformato in laboratorio, è arrivata la nuova “maggioranza”, suscitatrice di speranze e di populismo. Nientepopodimeno che il partito dei “senza qualità”, con a capo un comico capace di interpretare il rancore sociale crescente, costruttore di un peronismo provincialotto, di un anarchismo senza nerbo, di un arrembaggio senza navi, di un sentimentalismo adolescenziale, che ha provato a mettere la sua forza parlamentare al servizio di due disastri annunciati: i governi del colonizzatore della Res Nullius. Ben due, prima e durante la pandemia. Le cui sorti hanno condotto a far valutare alla prudenza del Capo dello Stato che il sistema aveva ceduto come un ponte infartato, come un cristallo scomposto, come l’atomica sganciata per far pronunciare la lettera omega.

Eccoci insomma al termine dell’anno dell’emergenza al tempo stesso sanitaria, sociale e politica.

Con i partiti rappresentati in Parlamento incaricati – pena la loro estinzione immediata – di non far mancare il voto a leggi necessarie, ma tutti con patologie non risolvibili con una aspirina. Dunque col destino di un’incertissima ma sempre rinviata chirurgia.

Al governo per metà una squadra tecnica regolata da un premier che dichiara una missione di salute pubblica (contrasto alla pandemia, garanzia europea, acquisizione dei fondi di investimento internazionali, progetti di transizione) guardandosi bene dall’agire in via sostitutiva alla vita e ai costumi dei partiti. Quindi nessuna forma, nemmeno imitativa, della morfologia politica: poche parole, scarne spiegazioni, problema d’altri l’accompagnamento dei cittadini, niente metodo democratico di selezione, eccetera.

Tuttavia sempre razionali le conferenze stampa di Mario Draghi a cui non mancano i riferimenti alla condizione valoriale e programmatica. Fastidio per qualche tortuosità imposta dalle pratiche dei partiti. E i partiti stessi segnati dalle regole del Pronto Soccorso. Il governo dal vincolo di “non poter scegliere di essere parte”. Le istituzioni dall’avere già la loro sacra fatica a regolare la forma di legittimazione delle scelte ineludibili. Tutto ciò con la clessidra in funzione. Un giorno questo equilibrio emergenziale sarà dichiarato “a ciclo finito”.

Scoprire almeno una carta

Il peso dei vari precedenti cicli, in grande sintesi fin qui accennati, non può non consentire un sincero sorriso per la carità che è stata accordata agli italiani in questo anno 2021. Diciamo anche un moto di gratitudine. Ma alla domanda, ora, “cosa succederà?”, non ce la si può cavare con un “quel che Dio vorrà” e nemmeno con l’apocalittico timore di “ciò che Dio non vorrà”.

I percorsi di indagine sembrano tre sembrano tre: i partiti, il premier, la logica di sistema.

Mentre scriviamo queste annotazioni, il conflitto interno alla maggioranza su uno dei due principali campi di gioco (il contrasto all’impennata pandemica) ha obbligato a mediazioni circa le scelte e i modi per raggiungerle. Materia che ha fatto propendere Draghi per un raffreddamento di cinque giorni prima di riprendere la parola in pubblico dopo il Consiglio dei Ministri del 5 gennaio 2022. Come si è detto, limitando gli approfondimenti solo al successo ancora in atto consistente nel creare convergenza nella maggioranza attorno a “scelte che incidono sulla società e su questioni etiche”.

A breve si vedranno le evoluzioni.

O la maggioranza porta a termine compatta questo ciclo emergenziale coronando il ristabilimento dell’interesse generale attorno alle misure adottate e consolidando la sintonia del Paese con il bisogno politico dell’Europa, immaginando i partiti capaci di dominare ogni minuetto propagandistico, oppure la ferita (non ammessa) del 5 gennaio 2022 rischia di riaprirsi fomentata dalla connessione evidente tra elezioni al Quirinale e quadro di governo.

Tanto che la questione di governo (quindi della maggioranza e perciò della capacità di espressione del premier) appare in alcuni commenti come trainante la questione Quirinale, quasi quest’ultima fosse al momento un de cuius (4).

Ugualmente lo schema di eccezionalità della situazione, che continua a far parlare della necessità di tenere in piedi un asse Quirinale-Palazzo Chigi, oggi interpretato da Sergio Mattarella e Mario Draghi, in una forma che per alcuni è insostituibile, trova crescenti contrasti e critiche. A cominciare da chi riflette sulla storia intera dell’Italia Repubblicana, come Rino Formica, che scrive: “La Costituzione non prevede la vita di coppia per le istituzioni” (5).

Dall’altra parte – immaginando invece ricomponibile la frattura apertasi il 5 gennaio – se, per volontà del Parlamento, maturasse il sentimento che, nell’interesse generale (Europa compresa) resta quella di Draghi la soluzione migliore e più convincente per guidare una abbastanza lunga e difficile partita di attuazione, a capo dell’Esecutivo, da considerarsi “ciclo 2”, tanto più i partiti politici dovrebbero dare prova di un assoluto loro ristabilimento sostanziale. Perché sul fronte della compattezza di governo non sarebbero ammesse prepotenze, personalismi, irresponsabilità, anche di natura minore rispetto alla questione che si è posta il 5 gennaio sull’obbligo indifferenziato di vaccinazione.

In ogni caso, con Draghi in campo, sempre sulle spalle dei partiti cadrebbe un’altra componente obbligata. La via del Quirinale deve mostrarsi quella indicata da Sergio Mattarella: una scelta autorevole “di garanzia del sistema”, non quella che trasforma la maggioranza di governo in un campo di battaglia con morti e feriti.

Nelle coerenze di pensiero di Draghi c’è che questo passaggio delicatissimo può (come dovrebbe) rafforzare la reputazione internazionale dell’Italia o la può, al contrario, degradare. Argomento che non costituisce una semplice questione di immagine. Ma di mantenimento vitale di un potere negoziale.

Fine

C’era bisogno di quel prologhetto su tutto ciò che c’è alle spalle di questo strano e complesso cambio d’anno? Esso ci racconta una storia che, con evidenza, non si riqualifica artificiosamente.

L’ordine del giorno delle Camere riunite per l’elezione del Capo dello Stato il 24 gennaio 2022 è ora, in un certo senso, la risposta esemplare alla domanda: “ma l’anno di emergenza è servito a rimettere in corsa la democrazia italiana oppure no?”.

E’ chiaro che sono legittime le risposte negative e le perplessità. Nessuno sa se la risposta affermativa sia figlia dell’ottimismo o della ragione (non necessariamente coincidenti).

E tuttavia la grammatica che si è qui presupposta è che, date le gravi premesse di sistema, non è pensabile che le soluzioni siano facili come bere un bicchier d’acqua. Anzi, che le cose potrebbero anche finire peggio di come si presentavano al momento della valutazione di crisi irreversibile alla fine del 2020.

Se non si parte dalla genesi della dequalificazione del processo di interpretazione della democrazia in Italia, non si può immaginare che la lettura collettiva delle soluzioni alle crisi in atto sia garantita da un nome casualmente uscito dal cilindro, ora ancora coperto, in cui avvengono però le prime sostanziali agitazioni. Ma quel nome ha tuttavia la possibilità di comprendere e accompagnare un necessario processo di rigenerazione, oppure di essere un “autorevole ostaggio” nella palude.

Se non si confronta questo prossimo passaggio – che deve essere immaginato esso stesso come una pagina esemplare e dunque pedagogica di cultura democratica offerta al Paese – con il fardello in precedenza accennato, probabilmente ogni italiano consapevole – di ogni età, genere e orientamento – non faticherà troppo a valutare l’elezione del successore di Mattarella (fosse anche lo stesso Mattarella) come il risultato del festival di Sanremo. Vince chi piace di più.  

Ma questa volta all’Italia (non è un pensiero di pochi) serve a tutti i costi che vinca chi garantisce di più la sopravvivenza della grande regola alla quale, attenzione, non è scontato appartenere

Note a fine testo

(1) Presiede a Milano la Fondazione “Paolo Grassi” e a Melfi-Roma la Fondazione “Francesco Saverio Nitti”. E’ stato in passato direttore generale e capo Dipartimento alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e segretario generale del Consiglio regionale della Lombardia.

(2) Piero Ignazi, “Il governo Draghi è giunto alla fine del suo percorso. Meglio il Quirinale”, Domani, 7 gennaio 2022.

(3) Stefano Rolando – Mario Draghi e il “nostro” spirito repubblicanoDemocrazia Futura /Key4biz, 10 maggio 2021.

(4) Scrive Giovanni Cominelli (“Draghi sul nido del cucolo?”, editoriale santalessandro.org, 8 gennaio 2022): “Tuttavia, nonostante luminose apparenze, la questione nazional-politica più rilevante oggi non è quella dell’elezione del Presidente, ma quella della tenuta, durata, efficacia del governo del Paese, attraverso il quale passano tutti e quattro i fili delle emergenze sopra ricordate.  A seconda che si voglia mantenere o no il Governo Draghi, seguono conseguenze diverse per quando riguarda la scelta del candidato alla Presidenza della Repubblica. Che è, dunque, un corollario del teorema del governo. Davvero i partiti vogliono continuare l’esperienza del Governo Draghi fino alle elezioni del 2023?”.

(5) “Rino Formica: basta santificare la coppia salvifica Draghi-Mattarella. Fate votare gli italiani”, Domani, 9 gennaio 2022: “Ci dobbiamo chiedere come dobbiamo convivere in uno stato di perenne necessità ed emergenza, quindi di rischio di sospensione se non di abolizione dei rapporti democratici”.

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