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AI e nucleare, la fame di energia spinge in alto la domanda di uranio. Gli USA investono 2,7 miliardi di dollari

Stop all’import di uranio dalla Russia, gli USA a caccia di nuove forniture per potenziare il nucleare e alimentare i data center nel Paese

Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha firmato un nuovo provvedimento di legge per rafforzare la sicurezza e l’autonomia energetica nazionale riducendo drasticamente la dipendenza dalla Russia di materie prime per il nucleare civile, a partire dall’uranio, fondamentale per alimentare i reattori.

Un kg di uranio infatti fornisce la stessa energia di 60 tonnellate di gas naturale, 80 di petrolio o 120 di carbone.

Il Governo americano ha quindi annunciato 2,7 miliardi di dollari di investimenti proprio per rafforzare l’approvvigionamento di questa materia prima e il suo arricchimento per usi civili, un passo ritenuto inevitabile dall’amministrazione Biden per perseguire gli obiettivi di decarbonizzazione, garantire alti livelli di efficienza energetica, abbattere le emissioni inquinanti e completare così la transizione energetica ed ecologica.

Il nucleare per generare energia elettrica è un tema di cui si parla costantemente negli Stati Uniti, molto più che in Europa. Le grandi aziende tecnologiche, come Google, Microsoft, Amazon e Meta, hanno più volte commentato favorevolmente l’impiego di reattori nucleari per alimentare i loro data center.

La domanda mondiale di uranio aumenterà del 28% entro il 2030, per poi arrivare a raddoppiare entro il 2040.

Le rinnovabili non bastano, accelerare su piccoli reattori e fusione

Le rinnovabili svolgono e svolgeranno un ruolo fondamentale per decarbonizzare queste infrastrutture IT così centrali per l’internet economy e per lo sviluppo delle intelligenze artificiali (AI), ma a quanto pare non bastano e in tanti hanno iniziato a suggerire da qualche anno l’impiego del nucleare.

Il problema, però, è che, l’energia nucleare attualmente rappresenta il 10% circa della generazione di energia elettrica nel mondo, si può arrivare al 20% solo nelle economie avanzate, come gli Stati Uniti. Da qui la necessità di aumentare la capacità nucleare per scopi energetici e l’aumento della domanda di uranio.

Le stesse Big Tech si stanno muovendo rapidamente in questo campo. Gli obiettivi di massima sono la realizzazione di piccoli reattori smart e, guardando avanti, la fusione nucleare (teoricamente un’eterna fonte di energia pulita e quasi rinnovabile a zero emissioni).

A marzo, il Segretario americano dell’Energia, Jennifer Granholm, ha incontrato i rappresentanti di diverse aziende tecnologiche, tra cui Amazon, Google e Microsoft, per esplorare strade alternative che consentissero di coprire il crescente fabbisogno energetico delle loro infrastrutture. Uno degli argomenti discussi è stata la possibilità di utilizzare piccoli reattori nucleari nei data center.

L’AI consuma troppa energia

Oggi l’AI consuma l’8% dell’energia elettrica generata in tutto il mondo in un anno. I nuovi modelli di ChatGPT, Gemini e Copilot che stanno per arrivare richiederanno sempre più energia.

La maggior parte dei data center utilizza processori avanzati chiamati GPU per addestrare i modelli di intelligenza artificiale. Le GPU richiedono molta energia per funzionare, circa cinque volte di più delle CPU (processori convenzionali). L’addestramento di modelli linguistici di grandi dimensioni richiede decine di migliaia di GPU, che devono funzionare giorno e notte per settimane o mesi.

Stando a quanto riportato su El Pais, secondo un recente rapporto dell’Università di Stanford, il modello Gemini Ultra di Google, uno dei più avanzati oggi, ha richiesto 50 miliardi di petaflop per addestrarlo. Il costo associato a questa formazione è stato di 191 milioni di dollari, in gran parte attribuibile all’energia consumata.

Silicon Valley o Nuclear Valley?

Dirigenti senior di Google hanno dichiarato al Wall Street Journal che stanno valutando la possibilità di firmare un accordo di acquisto di energia (PPA) con alcuni sviluppatori di piccoli reattori modulari (SMR).

Google ha recentemente firmato un accordo con Microsoft e Nucor per accelerare le tecnologie avanzate di energia pulita, compreso il “nucleare avanzato”.

Nell’ottobre 2023, Microsoft ha chiuso dei PPA con la società americana Helion Energy affinché quest’ultima le fornisca l’energia ottenuta dalla fusione nucleare a partire dal 2028.

AWS, la divisione di cloud computing di Amazon, ha recentemente acquistato un grande data center negli Stati Uniti situato accanto alla sesta centrale nucleare più grande del paese, che fornisce il 100% della sua energia a un prezzo fisso.

Sam Altman ha investito 375 milioni di dollari sempre in Helion Energy, pioniera della fusione nucleare. Lo stesso Altman presiede anche una startup, Oklo, che mira a progettare e produrre reattori a fissione nucleare come quelli usati oggi, ma molto più piccoli (sempre tipo gli SMR).

TerraPower di Bill Gates sta lavorando a un reattore nucleare al sodio, una variante sperimentale che, in caso di successo, promette di essere 25 volte più economica della fissione nucleare.

Il capo ingegnere dell’intelligenza artificiale generativa di Meta, Sergey Edunov, ha affermato alcuni mesi fa che sarebbero necessari solo due grandi reattori nucleari per coprire l’intera domanda energetica globale prevista per il 2024 in termini di intelligenza artificiale, compreso l’alimentazione di modelli già operativi e l’addestramento di nuovi.

Il punto è sempre uno: il problema non è generare tanta energia, ma quanta ne serve per fare tutto quello che riteniamo necessario per il nostro benessere, la crescita economia e per la tutela degli interessi nazionali. La perdita della misura potrebbe segnare drasticamente il nostro presente e minacciare come non mai il nostro futuro. Come i nostri antenati, non smetteremo mai di cercare la panacea ad ogni male.

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