IPV6: la Ue invita gli Stati membri a introdurre il nuovo protocollo nelle amministrazioni pubbliche e nelle imprese entro il 2010

di Alessandra Talarico |

L'obiettivo fissato oggi dalla Commissione consiste nel fare in modo che, entro il 2010, il 25% delle imprese, delle amministrazioni pubbliche e dei nuclei familiari utilizzi l'IPv6.

Unione Europea


IPv6

La crescita esponenziale di internet fa temere un veloce esaurimento degli indirizzi web disponibili, che potrebbero terminare – secondo molti autorevoli pareri – entro il 2010.

Per questo, dopo l’Ocse, anche la Commissione europea è scesa in campo con una comunicazione volta a incoraggiare utenti e fornitori di accesso a passare al protocollo IPV6, che consentirà di aumentare in maniera significativa lo spazio di indirizzamento, un po’ come è accaduto nel secolo scorso con l’allungamento dei numeri telefonici.

Agli Stati membri, da Bruxelles è quindi arrivato l’invito a “rendere il settore pubblico europeo un pioniere dell’introduzione del nuovo protocollo, facendo migrare verso l’IPv6 le loro reti internet, i siti internet del settore pubblico e i servizi di amministrazione in linea”.

Le amministrazioni pubbliche, dovrebbero perciò rendere obbligatorio l’IPV6 nell’ambito degli appalti pubblici (come già avviene per la stessa Commissione europea e il governo degli Stati Uniti), aiutando imprese e organizzazioni nella transizione, che non è tecnicamente delle più semplici.

Anche se il nuovo protocollo si presenta come la naturale evoluzione della versione precedente, infatti, vi sono anche freni di varia natura che ne rallentano il cammino, come ad esempio la compatibilità con le attuali strutture di rete.

E’ necessario dunque portare l’IPv6 ovunque e favorire la graduale conversione dell’IPv4, per permettere a tutti i dispositivi abilitati di connettersi in rete.

L’Europa, pur avendo investito 90 milioni di euro nella ricerca sull’IPv6 e potendo vantare la leadership per l’introduzione dell’IPv6 sulle reti di ricerca europee (GEANT), viaggia in ritardo rispetto alle altre potenze: in Giappone, NTT dispone già di una dorsale IPv6 pubblica, mentre la Cina ha iniziato a installare una rete IPv6 che – in occasione dei prossimi giochi olimpici – servirà a testare dispositivi mobili e sistemi di trasporto intelligenti basati sul nuovo protocollo.

Il governo degli Stati Uniti ha fissato a giugno 2008 il termine entro il quale le reti internet di ogni agenzia governativa dovranno essere compatibili con IPv6, mentre la Corea, che ospiterà la prossima riunione ministeriale dell’Ocse sul futuro della web economy, si è impegnata a convertire le infrastrutture internet delle istituzioni pubbliche all’IPv6 entro il 2010 e a installare infrastrutture IPv6 in tutte le nuove reti di comunicazione.

Per colmare questo ennesimo gap sul fronte delle nuove tecnologie internet, la Commissione chiede dunque l’impegno almeno dei primi 100 principali operatori europei di siti internet – enti radiotelevisivi o servizi di notizie online – per garantire l’accessibilità in IPV6 entro la fine del 2008.

Il sito internet della Commissione (Europa.eu) sarà invece accessibile attraverso l’IPv6 a partire dal 2010.

Il protocollo attualmente in uso è l’IPV4, entrato in ‘servizio’ nel 1984. Dopo quasi un quarto di secolo, però, questa versione comincia a mostrare dei limiti in fatto di capacità di indirizzamento.

Dei 4,3 milioni di indirizzi disponibili, infatti, solo il 16% – pari a circa 700 milioni di indirizzi – restano disponibili.

L’IPv6 – standardizzato già da 10 anni – come spiega Wikipedia, gestisce invece “fino a circa 3,4 × 1038 indirizzi (280.000.000.000.000.000 indirizzi unici per ogni metro quadrato della superficie terrestre)”.

Per dirla con il Commissario Viviane Reding, insomma, “…il numero di indirizzi nel cyberspazio offerto dal protocollo IPv6 è superiore al numero di granelli di sabbia su tutte le spiagge del mondo”.

Anche di fronte all’aumento esponenziale della domanda di indirizzi IP, dunque, il nuovo protocollo consentirà di lanciare applicazioni internet innovative e di non ostacolare la crescita del web che, restando così le cose, verrebbe invece seriamente compromessa.

“Si potrebbe, ad esempio – ha spiegato la Commissione – migliorare la gestione energetica dell’illuminazione pubblica e degli edifici intelligenti, e internet potrebbe servire a collegare tra loro, in modo economico ed affidabile, sensori senza fili integrati negli apparecchi domestici. Tali possibilità dovrebbero fungere da catalizzatore ed incoraggiare le imprese a proseguire sulla strada dell’innovazione e a sviluppare la prossima generazione di applicazioni internet”.

Per evitare che ricadono costi aggiuntivi sui consumatori e per massimizzare i vantaggi per le aziende, è bene – sottolinea infine la Commissione – intraprendere “un’azione concertata a livello europeo affinché tutti gli attori siano pronti ad affrontare il cambiamento in modo tempestivo ed efficiente”.

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