Industria dei contenuti e declino nazionale: Rai alla deriva e Cinecittà venduta, l’incerto ‘governo’ dei media

di di Angelo Zaccone Teodosi (Presidente Istituto italiano per l’Industria Culturale) |

Italia


Angelo Zaccone Teodosi

Strano Paese l’Italia, non ci si stanca di osservarlo, soprattutto se si tenta di alzare lo sguardo da una dimensione di lettura provinciale, e si cercano somiglianze e differenze con altri Paesi europei. Il Governo Berlusconi si è insediato il 7 maggio 2008, ed a 4 mesi 4 dall’insediamento il nostro Parlamento non ha ancora, incredibilmente anzi scandalosamente, una Commissione di Vigilanza Rai attiva, perché – tra logiche di contrapposizione frontale – i due schieramenti non hanno trovato un’intesa, ed ancora il 4 agosto si potevano leggere dichiarazioni come quelle del senatore Vincenza Vita, che sintetizza la penosa situazione in essere: “Oltre al solito attacco a Leoluca Orlando, il Sottosegretario Paolo Romani muove un affondo assai sgradevole contro Claudio Petruccioli, ‘reo’ di non rappresentare più ‘nessuna funzione di garanzia’. E’ un attacco molto grave, per tanti motivi. Uno di metodo. Non si dà che il Governo interferisca così pesantemente sul servizio pubblico, che risponde al Parlamento. Tra l’altro, manca una proposta di riforma della Rai e la commissione parlamentare di Vigilanza, per l’ostruzionismo della maggioranza, non ha ancora il suo Presidente. Un altro motivo ancora più clamoroso è il tempo di tale iniziativa, che viene dopo la decisione presa a maggioranza dal Consiglio di Amministrazione della Rai di sostituire Sacca. La reazione di Romani fa capire quale rete di poteri sia stata verosimilmente toccata. E sappiamo che si può prendere la scossa”.

 

Or bene, abbiamo voluto approfondire la questione, ed abbiamo quindi letto il capitolo relativo alle intercettazioni Berlusconi-Saccà, nell’ennesimo pamphlet prodotto da quella che Jacopo Iacoboni – sulle colonne de “ La Stampa ” – ha efficacemente definito una vera e propria “catena di montaggio sforna libri-denuncia per un milione di copie”: si tratta di “Bavaglio” della premiata ditta Marco Travaglio & Peter Gomez (questa volta insieme a Marco Lillo de “l’Espresso”), scritto in due settimane, che già veleggia oltre 150mila copie. Il sottotitolo gronda retorica: “Bloccare i processi, cancellare l’informazione, difendersi con l’impunità. Ecco perché Berlusconi sta preparando il bavaglio”. Volume edito da Chiarelettere, società di cui è socio anche l’imprenditore televisivo – produzione e broadcasting – Sandro Parenzo. La lettura ordinata, organica e ragionata, e con commento critico, delle intercettazione del “caso Saccà”, è deprimente: senza dubbio, un vischioso intreccio di interessi politici e privati, tra raccomandazioni di attrici e progetti imprenditoriali non esattamente rientranti in una logica di “servizio pubblico”. Stupisce la scioltezza con un Presidente del Consiglio ignora il concetto di interesse privato in dinamiche che pure dovrebbero caratterizzarsi per indipendenza ed autonomia. Da garantisti quali siamo, riconosciamo che l’effettivo coinvolgimento di persone come Giancarlo Innocenzi e Willer Bordon in questi presunti “traffici” è certamente tutto da dimostrare, e va dato atto che Bordon ha smentito la totalità delle accuse e insinuazioni, e che Innocenzi si è autosospeso dal ruolo di Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Come la triade Travaglio-Gomez -Lillo scrive più volte, alcuni di questi comportamenti non hanno effettivamente rilevanza penale, ma senza dubbio toccano un’area sensibile qual è quella della “opportunità” politica, della correttezza istituzionale e relazionale.

 

Ma ci domandiamo: è stata la “tempesta” Saccà ovvero la “scossa” evocata da Vita a determinare lo “stallo”, ovvero il cortocircuito, in Commissione Vigilanza?! Il Popolo delle Libertà avrà puntato i piedi contro Leoluca Orlando, ma è anche vero che dall’opposizione non sono pervenuti segnali esattamente dialogici. E chi ha interesse a mantenere il blocco? A naso, verrebbe da ipotizzare, il centro-destra. Quindi perché il centro-sinistra non supera la logica della contrapposizione frontale e non propone un altro candidato??? Saggiamente, Riccardo Nencini, segretario nazionale del Partito Socialista, ha proposto “sì ad un esponente del Partito Democratico, no ad Orlando”.

 

Si nutre il sospetto che ci sia una volontà, da parte della maggioranza, di lasciare la tv pubblica a bagnomaria. Il premier, verosimilmente, non vuole essere accusato di “mettere le mani” sulla Rai (non più di quanto già faccia “indirettamente”, preciserebbe un Giulietti), ma, al tempo stesso, non ci sembra vi sia alcun disegno, o progetto, o idea di riforma governativa. Berlusconi non sta pensando alla Commissione Copé voluta dal suo collega Sarkozy, ovvero il gruppo di studio “misto” (formato da esperti e parlamentari) che ha gettato le basi per una tv pubblica francese con meno pubblicità e miglior identità di “mission” pubblica.

 

Sulla tv pubblica, il centro-destra tace. E la Rai va alla deriva, con un consiglio di amministrazione sostanzialmente delegittimato, un presidente non più ritenuto “bi-partisan”, ed un direttore generale certamente stanco. Ad inizio agosto, il Consigliere di Amministrazione Sandro Curzi ha dichiarato: “l’azienda ha deliberato di recente la sostituzione del direttore di Rai Fiction: se questo avrà uno strascico legale e giudiziario, che ciascuno se ne faccia legittimamente carico, se lo ritenesse, con i propri avvocati e con la magistratura, ma senza gettare altro fango nel ventilatore e senza alimentare una strategia della tensione lesiva di ogni elementare regola di tutela del servizio pubblico e per molti aspetti, in definitiva, anche autolesionistica. Chi scalpita nella prospettiva di nuovi incarichi o di rischi per le propria attuale posizione, lo faccia pure, ma senza gettare discredito su altri e ulteriore discredito sulla Rai. Non ci sarà futuro per il servizio pubblico se ogni giorno se ne continuasse ad offrire un’immagine degradata, in buona misura lontana dal vero ma utile a coloro che un servizio pubblico non lo vogliono. Invece di abbandonarsi alla lapidazione di questo o di quello, di tirar fuori questo o quel pettegolezzo o indiscrezione, di precipitarsi a pubblicare su giornali e agenzie anticipazioni di presunte iniziative giudiziarie o istituzionali, si tirino fuori invece idee e progetti seri, si dichiarino con trasparenza le proprie opinioni sulla necessità di un forte presidio di pubblico interesse nel sistema della comunicazione, ci si assuma insomma tutti quanti le proprie responsabilità di politici, di amministratori della cosa pubblica, di dirigenti, di managers, di professionisti e di intellettuali, evitando di accodarsi ad un gioco al massacro che dura ormai da troppo tempo”.

 

Bravo Curzi: assistiamo da mesi ad un autentico gioco al massacro, ad un concerto di ventilatori di fango (per non dire altro), a lotte per bande, senza che nessuno abbia la forza, il coraggio, l’intelligenza di proporre 1 idea 1 per la riforma della Rai. Ma non ci sembra di aver letto proposte in materia, nemmeno da parte dello stesso Curzi…

Scrivevamo nel nostro articolo del 1° agosto, su queste colonne, prima delle ferie della redazione di “Key4biz”: “La prima decade di agosto segnerà una svolta, rispetto all’insulso “balletto” delle ultime settimane, ovvero degli ultimi mesi, nel “governo mediale” del Paese? E’ noto che, nella storia della Rai per esempio, i primi giorni del mese di agosto sono spesso stati quelli più adatti a soluzioni “improvvise”, uscite dal cappello magico dei prestigiatori politici: un po’ approfittando del calo di attenzione mediale, un po’ della chiusura dei lavori parlamentari, un po’ del caldo torrido che fiacca le coscienze. Nella storia della tv pubblica italiana, molte volte nomine importanti sono state decise da consigli di amministrazione di inizio agosto. E’ una delle tante patologie dell’Italia culturale e mediale. Semplicemente scandalosa la dinamica che ha riguardato il tira-e-molla della Commissione di Vigilanza Rai, indegna di un Paese civile: avevamo scommesso che a settembre ci saremmo ritrovati con lo stesso Consiglio di Amministrazione Rai, delegittimato e inquieto, e così sarà”.

 

Cosa accadrà il 17 settembre 2008, allorquando la Commissione Vigilanza verrà convocata “ad oltranza”? E’ difficile prevederlo, ma scommettiamo che, se l’opposizione si ostinerà a proporre Orlando, la questione finirà alle calende greche… Con buona pace di una Rai ulteriormente indebolita. Una Rai che – tra l’altro – non riesce nemmeno a prestare adeguata attenzione al Festival di Venezia, e che continua ad ignorare le ragioni dei produttori di documentari, genere emarginato dai palinsesti italici…

A fronte della stagnazione del “policy making” sul fronte televisivo (sempre ricordando che anche l’inazione è azione!), grande effervescenza, invece, sul fronte cinematografico. Come è noto, il Ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi è riuscito a far reintrodurre nel sistema normativo italiano le norme a favore di agevolazione fiscale per il cinema, gli ormai famosi “tax credit” e “tax shelter”, sui quali non ci soffermiamo oltre perché “Key4biz” ha dedicato molta attenzione a questi provvedimenti innovativi. I decreti di attuazione sono stati trasmessi alla Commissione Europea, che deve benedirli, accertando che essi non costituiscono “aiuti di Stato”. Gran parte degli analisti sono convinti che si registrerà un semaforo verde da Bruxelles, e quindi, tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 il sistema cinematografico italiano dovrebbe vedere i benefici di una inedita forma di intervento indiretto dello Stato a favore dell’industria del cinema. Lo slogan può essere: “dall’assistenzialismo al sostegno indiretto”.

 

Il Ministro Bondi ha anche annunciato l’intenzione di razionalizzare l’intervento diretto dello Stato, ovvero Cinecittà, Istituto Luce, Centro Sperimentale di Cinematografia, “accorpando” questi soggetti istituzionali alla Direzione Generale per il Cinema del Ministero, creando una Agenzia Nazionale per il Cinema. Il progetto è ancora molto generico, ma il pensiero non può non andare che al francese Centro Nazionale per la Cinematografia , il famoso Cnc. Ed è nata un’altra polemica: la sinistra accusa Bondi di “copiare” una proposta di legge che fu portata avanti, senza successo, anche durante il governo Prodi-Rutelli, dal duo Vittoria Franco e Andrea Colasio (allora ancora “etichettati” come Ds e Margherita). Il quotidiano “L’Unità” intitolava, il 29 agosto, “Bondi copia a sinistra”. La proposta Franco-Colasio prevedeva una “agenzia”, organo centralizzato di governo dell’intervento pubblico nel settore, alimentata peraltro dalla cosiddetta “tassa di scopo”, ovvero da un prelievo sull’intera filiera del settore, inclusi i gestori di telefonia che veicolano immagini. In verità, il Direttore Generale per il Cinema, Gaetano Blandini, ha precisato: “L’ipotesi attualmente allo studio prevede forme di alimentazione finanziaria e contenuti completamente diversi da quelli avanzati nella proposta di legge di sistema Colasio-Franco. In particolare, la futura Agenzia manterrà le funzioni di vigilanza sulla Biennale e sul Centro Sperimentale di Cinematografia, attualmente svolte dalla Dg Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, conservando i due organismi la loro completa autonomia“. Ancora una volta, tempeste in bicchieri d’acqua, e giochi di contrapposizioni frontali, di rivendicazioni polemiche, come avvenuto nei mesi scorsi, allorquando il centro-sinistra ha accusato il centro-destra di appropriazione indebita della paternità/maternità del tax shelter e del tax credit. Ancora una volta, parole parole parole: senza che nessuno presti attenzione alle analisi di mercato, alle valutazioni di impatto, agli studi predittivi.

 

In Italia, spesso, si legifera (o non si legifera) sulla base di conati di decisionismo carente di adeguato know-how tecnico.

La legistica, nel nostro Paese, è disciplina praticata da rari cultori.

Attendiamo che il Ministro riveli l’architettura della proposta di riforma dell’intervento dello Stato nel settore, e poi giudicheremo.

 

Ci domandiamo che senso abbiano dichiarazioni a favore o contro, allorquando non è ancora nota la struttura della riforma annunciata da Bondi, se non l’apprezzabile intenzione di razionalizzare un intervento pubblico oggi disperso tra più soggetti (e non vorremmo venisse dimenticato un altro “braccio operativo” dello Stato nel settore, qual è la ancora misteriosa Arcus S.p.a….). Ieri, il Presidente dell’Anica (produttori e distributori) Paolo Ferrari e dell’Anec (esercenti) Paolo Protti si sono dichiarati favorevoli alla “Agenzia”, come se, a priori, una formula potesse essere risolutiva e salvifica: di grazia, prima vediamo cosa sarà questa “agenzia” (come sarà strutturata, organizzata, finanziata), e poi valutiamo. Ferrari ha almeno precisato: “l’esempio francese di un’Agenzia Nazionale per il Cinema è quello da seguire, anche se poi il problema più importante sarà sui contenuti. Non sono infatti le istituzioni a portare avanti i progetti, ma gli uomini. E sarà sulla scelta delle persone che andranno a riempire le varie caselle che si giocherà il futuro di questa agenzia. In questo senso noi pensiamo di potere dire anche la nostra senza prevaricazioni, è necessario che il privato abbia voce in capitolo”. Accantonando lo slang tecnico, tradotto in italiano: “va bene l’agenzia, ma gli imprenditori privati vogliono essere coinvolti nelle nomine del management dell’agenzia”. Anche se – osservano tutti – esiste uno ed un solo candidato alla presidenza della futura agenzia, ovvero Gaetano Blandini. Certo, ci sarà verosimilmente un “board”, un Consiglio di Amministrazione, un Comitato Tecnico di Valutazione… Roberto Silvestri, il curatore di “Alias” – il raffinato supplemento culturale de “il Manifesto” – scrive oggi sulle colonne del “quotidiano comunista” un articolo pepato intitolato: “Un’agenzia cinema per controllori?”, facendo riferimento alle polemiche scatenatesi dopo la legittima presa di posizione del Ministro Bondi sulla necessità di attivare sistemi di controllo affinché lo Stato non vada a finanziare film che possono essere considerati “apologetici”, rispetto a questioni drammatiche come il terrorismo (ricordiamo il caso ancora rovente del documentario sulle radici politico-ideologiche del terrorismo di sinistra, “Il sol dell’avvenire” di Gianfranco Pannone). Con l’abituale gusto per la polemica, Vita ha teorizzato, qualche settimana fa, un nuovo “oscurantismo culturale”. Silvestri teme che l’Agenzia possa diventare un luogo di controllo censorio: ma, anche in questo caso, crediamo sia bene attendere di conoscere l’architettura della nuova struttura, prima di evocare preoccupazioni terribili…

Nel mentre, però, è accaduto anche qualcos’altro, e di curioso assai: nel silenzio dei più, il confindustriale quotidiano “Il Sole-24 Ore”, nell’edizione di giovedì 28 agosto, ha sparato a piena pagina, una notizia esplosiva: di fatto, gli “studios” di Cinecittà sono stati venduti ai privati, ovvero ad una cordata formata da Abete, Della Valle, De Laurentiis. Non solo l’Ansa ha ignorato completamente la notizia, ma tutti i quotidiani italiani: nei giorni successivi allo “scoop” del “Sole”, abbiamo analizzato con particolare attenzione la rassegna stampa, ed ad oggi, martedì 2 settembre, osserviamo che nessun quotidiano ha ripreso la notizia. Delle due, l’una: la notizia è insignificante? la notizia è imbarazzante? Gatta ci cova? C’è del marcio in Danimarca? Nebbie a Via Tuscolana?!

E’ incredibile che una simile notizia, che ha un valore oggettivamente storico, sia stata ignorata, e continui ad essere ignorata dalla stampa: ci attendevamo articoli infuocati almeno su “Liberazione”, “il Manifesto”, “l’Unità”, prese di posizione dell’Anac e dei Centoautori…

Ed invece, a distanza di quattro o cinque giorni dalla notizia rivelata da “Il Sole”, silenzio assoluto e totale. D’accordo, tutta la “compagnia di giro” è a Venezia, ma… decine di pagine di articoli sul festival e nemmeno un trafiletto sulla vendita di Cinecittà?!

 

Marco Mele, autore dell’articolo del 28 agosto sul “Sole”, ha precisato, nel blog “Agora 2.0″ , il suo pensiero, scrivendo sulla rete quel che non ha ritenuto di scrivere sul quotidiano, e ci piace riportare questa posizione puntuta, senza peli sulla lingua: “Cinecittà va ai privati, sotto la regia di Luigi Abete. Lo Stato si tira indietro: conferisce il ramo d’azienda degli studi a Cinecittà Studios, società a maggioranza privata, e accetta di rinnovare automaticamente, di nove anni in nove anni, l’affitto degli immobili e del marchio, che passano quindi in gestione permanente a Cinecittà Studios. La “ritirata” dello Stato è l’ultimo atto di una gestione ventennale dell’ex Ente Cinema da parte di un azionista pubblico miope e privo di qualsiasi vision sulla produzione di contenuti audiovisivi. Non si è mai dato vita, ad esempio, a un’alleanza degna di questo nome tra Cinecittà e Rai, quando entrambe avevano l’azionista pubblico (i privati sono entrati dieci anni fa). Non si è mai ragionato sulle opportunità della digitalizzazione dei mezzi trasmissivi e sulla necessità di dotare un centro di produzione delle tecnologie più avanzate per intercettare la domanda produttiva globale. Né, fino al recente tax credit, che deve ancora ricevere l’ok dalla Ue, i politici hanno mai aiutato tale operazione con opportuni incentivi fiscale. Si è sempre lottizzato i Cda dell’Ente, oggi Cinecittà Hoiding, a parte alcuni esperti, come Michele Lo Foco o Angelo Zaccone Teodosi, che hanno spesso fatto battaglie solitarie e poco ascoltate e che sono oggi entrambi contrari all’accordo. Ci si è avventurati nella gestione dei multiplex accumulando perdite senza riuscire a trovare un compratore per il circuito pubblico (secondo fallimento, nei fatti, dello Stato esercente, dopo quello dell’Eci). La “ritirata” dello Stato andrà meglio valutata quando i soci privati degli Studios, riuniti nella nuova società Ieg, Italian Entertainment Group, riacquisteranno, entro un anno, forse prima, la azioni dati alla Holding pubblica in cambio del ramo d’azienda. Bisognerà capire quanto saranno valutare quelle azioni e come la Ieg investirà per rendere Cinecittà più competitiva, in particolare a fronte degli Studios dell’Est Europeo. Cinecittà Holding, svincolata dagli studi, si trasformerà sempre più in una struttura di servizio per il cinema italiano, integrata alla Direzione generale del Cinema (il commissario straordinario per un anno, del resto, è il Direttore generale per la cinematografia) più la gestione dell’archivio da parte del Luce. Non è chiaro cosa succederà delle sale e della distribuzione del Luce nè di FilmItalia, la società per la promozione all’estero del cinema italiano. La classe politica resta, non da oggi, incapace di cogliere potenzialità e valori dell’audiovisivo, cosa che invece accade in altri paesi, come la Francia.   Ma questo lo sapevamo già”.

 

Le parole di Mele sono condivisibili, ma quel che stupisce, ribadiamo, è l’assordante silenzio della stampa italiana: l’operazione Cinecittà ha un valore simbolico, e sostanziale, non indifferente.

Riteniamo abbia la “stessa” importanza del caso Alitalia, con le dovute proporzioni del settore culturale rispetto a quello dei trasporti: economicamente conta certamente di più il secondo, ma socialmente non conta forse di più l’industria dell’immaginario?!

L’agosto mediale potrà essere ricordato anche per la nomina di Conchita De Gregorio alla direzione de “l’Unità” (e per l’inelegante licenziamento di Padellaro), ma su questo rimandiamo al gustoso commento proposto il 27 agosto dall’effervescente Beppe Lopez sul suo blog “Infodem”, intitolato simpaticamente “Com’è concitata questa Unità” (leggi articolo).

E torneremo sulla presa di posizione di Ernesto Galli della Loggia che ha scritto ieri sul “Corriere della Sera” che la fiction italiana è un po’ tutta una schifezza…

Infine, due notizie dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, di cui si segnala anzitutto la messa “on-line” del nuovo sito web, finalmente migliorato, dopo anni di struttura arcaica. A fine luglio, Agcom ha approvato le graduatorie dei soggetti che possono accedere al 40 per 100 della capacità trasmissiva delle reti digitali terrestri di Rai, Elettronica Industriale alias Mediaset e Telecom Italia Media Broadcasting: è una questione delicata ed importante, rispetto alla quale non sembra esserci stata adeguata attenzione da parte della stampa. Ci limitiamo qui ad osservare che la graduatoria non evidenzia una particolare estensione del pluralismo espressivo-culturale nazionale, pur auspicata da più parti. Tra i vincitori, emergono Nbc Universal, Turner, Walt Disney, Espn, Qvc…

 

Infine, nel silenzio totale dei media, il 29 luglio 2008, Agcom ha promosso una consultazione pubblica finalizzata alla “approvazione dello schema di regolamento in materia di obblighi di programmazione ed investimento a favore di opere europee e di opere di produttori indipendenti, adottato ai sensi degli articoli 6 e 44 del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177″ . Il decreto legislativo n. 177 è il cosiddetto “Testo unico della radiotelevisione”. Si ricordi che nel 1999 l’Autorità aveva già adottato un controverso regolamento (delibera n. 9/99), in materia di tutela della produzione europea ed indipendente, ma oggi finalmente riconosce che esso deve essere sostituito, “anche in ragione del mutato quadro tecnologico e di mercato”. Peraltro, si ricorderà che, nella Finanziaria del dicembre 2007, sono stati introdotti nuovi obblighi di investimento per Sky Italia e per le telecom, ma il Parlamento ha affidato all’Autorità la migliore definizione di questi obblighi: per esempio, “i criteri e le modalità per la destinazione, da parte degli operatori di comunicazioni elettroniche su reti fisse e mobili, di una quota di ricavi derivanti dal traffico di contenuti audiovisivi offerti al pubblico a pagamento, indipendentemente dalla tipologia di trasmissione, per la promozione e il sostegno delle opere audiovisive europee”. E’ piuttosto curioso che una materia così delicata determini una delibera approvata il 29 luglio 2008, allorquando il termine previsto per l’accettazione dei contributi dei soggetti interessati è di soli 60 giorni (ovvero fine settembre). Come dire? Una metà del tempo previsto è stata sostanzialmente vanificata dalle ferie agostane… Auguriamoci che i soggetti interessati – in primis Anica, Apt, Doc/it, Cartoon Italia… – stiano lavorando alacri, per fornire all’Autorità elementi di conoscenza funzionali al riscatto della produzione indipendente italiana…

 

Non resta da augurarsi che un qualche correttivo agli errori, alle inadempienze e alle sonnolenze, dei “policy maker” italici possa provenire dalla cosiddetta “società civile”, ovvero – nell’industria culturale – dai rappresentanti delle categorie professionali, imprenditoriali, autoriali (ricordando che, nel nostro Paese, non esiste purtroppo tradizione alcuna di rappresentanti dei “consumatori culturali”)…

     

 

   

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Angelo Zaccone Teodosi, Presidente di IsICult – Istituto italiano per l’Industria Culturale

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