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Subscription economy, abbiamo perso il controllo degli abbonamenti mensili?

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Solo che poi la situazione sfugge di mano, se è vero, come ha scritto Repubblica pochi giorni fa, che fra rate, abbonamenti, mutui e microprestiti gli italiani «hanno perso il controllo dei propri debiti».

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

La subscription economy, l’economia degli abbonamenti, è forse la più subdola voce di spesa – meglio: insieme di voci – tra quelle che, alla fine del mese, ci fa fissare il saldo del nostro conto corrente con aria incredula, mentre compulsiamo l’estratto conto cercando di capire perché ci sono così pochi soldi.

E nel farlo, alla ricerca del colpevole passiamo regolarmente sopra le voci da 4,99, 6,99, 9,99 euro. Poca roba, pensiamo. Ma queste micro-transazioni sono tante, sempre di più, e sommate insieme arrivano, per una famiglia media, a rivaleggiare le bollette per le utenze più tradizionali come la luce e il gas. Da Spotify a Netflix, da Disney+ alle lezioni di ginnastica online, dall’abbonamento ad Amazon Prime per non pagare le spese di spedizione a quello ad Audible per ascoltare gli audiolibri mentre corriamo, dai servizi cloud che ormai traboccano delle nostre fotografie (che non guardiamo mai, ma che ci ostiniamo, chissà perché, a conservare) fino a una o più delle miriadi di app che hanno capito l’antifona, e invece di costarci una certa cifra una tantum richiedono un minimo abbonamento mensile, sperando che nessuno di noi si metta a moltiplicare la cifra per dodici rendendosi conto che ehi, un momento: ma così si pende molto di più.

I sedili riscaldati sull’auto? In abbonamento

Ah, e naturalmente stanno arrivando alla spicciolata anche i social: il tutto mentre Elon Musk continua a imporre una drastica cura dimagrante a Twitter (che però riguarda anche il valore totale dell’azienda), per risanare i conti fa partire l’abbonamento a pagamento Twitter Blue e, poco per volta, sposta servizi solo nella versione per cui si devono sborsare undici euro al mese. Qualche settimana fa negli Stati Uniti anche gli abbonamenti verificati di Facebook e Instagram, attraverso il pacchetto Meta Verified, sono diventati premium, con conseguente abbonamento mensile. Tutto per la fatidica spunta blu, quella che ci dice che siamo utenti certificati, che siamo gente importante. Tanto, si tratta solo di pochi euro, no?

Quello che è certo è che la subscription economy è un modello talmente efficace per chi vende che la situazione è destinata a peggiorare. L’anno scorso BMW ha aggiornato il suo ConnectedDrive Store, il negozio ai suoi pacchetti digitali, inserendo alcuni servizi con sottoscrizione mensile, tra cui i sedili riscaldati. E parallelamente all’economia degli abbonamenti prospera quella delle rate: è ormai da tempo che Amazon propone, per determinati acquisti che eccedono una certa soglia, la possibilità di pagarli in cinque rate a tasso zero, ed è sotto gli occhi di tutti la continua crescita della startup italiana Scalapay (già popolarissima anche in Francia e in Spagna; ultima acquisizione, l’istituto italiano di pagamento Cabal IP), la più popolare tra le soluzioni BNPL (Buy Now, Pay Later) del Sud Europa. Insomma, a piccole dosi si può tutto, sembrano pensare gli italiani.

Un americano su tre paga per servizi che non usa mai

Solo che poi la situazione sfugge di mano, se è vero, come ha scritto Repubblica pochi giorni fa, che fra rate, abbonamenti, mutui e microprestiti gli italiani «hanno perso il controllo dei propri debiti». Secondo l’articolo, i sovraindebitati in Italia sono sempre di più, e non è facile tornare in carreggiata una volta che si sono messe in moto più situazioni di questo genere. Anche perché, va detto, c’è un meccanismo particolare subdolo che complica la vita all’utente che vorrebbe diminuire almeno un po’ i suoi abbonamenti: il rinnovo automatico, che fa sì che si scoprano spese da tagliare quando è ormai troppo tardi, perché il canone è già stato addebitato per il mese in corso.

Secondo un recente studio effettuato negli Stati Uniti da Bango, il 72% degli utenti afferma che ci sono troppi servizi in abbonamento. In media, ogni abbonato paga cinque differenti servizi al mese, e uno su cinque (il 19%) addirittura otto o più, senza limitarsi al video streaming ma con quote mensili anche per la musica, i giochi, il fitness, i pasti (ambito popolarissimo negli USA). Il 45% ammette che è difficile ricordarsi quando e dove ha firmato per un nuovo abbonamento, mentre il 35% addirittura non ha idea di quanto spenda in totale ogni mese; una percentuale simile, il 34%, sostiene di pagare per almeno un abbonamento che non usa mai. E quando la situazione si complica in questo modo, c’è sempre lo spettro della pirateria: il 39% si rivolge infatti ai metodi illeciti online per procurarsi ciò di cui hanno bisogno, e non di rado non tanto perché non hanno intenzione di pagare per quel determinato servizio, ma solo per la frustrazione di non riuscire a gestirlo in maniera semplice e immediata.

La situazione in Italia

Anche in Italia alcuni mercati, come quello delle tv streaming (su SOStariffe.it, come sempre, si possono trovare le offerte più interessanti del momento), sono davvero affollati: chi pensava che con Netflix, Prime Video, Now TV, Disney+ e Apple TV+ il panorama fosse completo si è dovuto ricredere, grazie all’arrivo di Paramount Plus e, nei prossimi mesi, di HBO Max.

Oltretutto la controprogrammazione gioca contro l’antico adagio del “beh, faccio un abbonamento alla volta e mi guardo tutto quello che mi interessa in catalogo”, visto che i titoli “forti” spesso arrivano tutti allo stesso momento sulle diverse piattaforme (adesso ad esempio Sky parte con la quarta e ultima stagione di Succession, Apple TV+ con la terza e ultima di Ted Lasso, Disney+ risponde con The Mandalorian e così via). Non va meglio nella musica, con Spotify, Tidal, Deezer, Apple Music (ed è appena uscita Apple Music Classical), YouTube Music e così via.

E stare dietro ai diversi abbonamenti è davvero stressante, ci vorrebbe un servizio apposta: anche lo studio di Bango citato più sopra sostiene che il 78% degli utenti desidererebbe una sola piattaforma per gestire tutte le proprie sottoscrizioni, e che secondo il 79% avere tutti gli abbonamenti nello stesso posto aiuterebbe a mantenere in ordine i conti mensili in un periodo piuttosto complicato, tra licenziamenti a pioggia, inflazione e diminuzione del potere d’acquisto. E infatti ci sono già gli expense manager, app nate per tenere sotto controllo gli abbonamenti non desiderati. Molte delle quali sono, per l’appunto, con abbonamento. Non se ne esce.

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