Missione Usa per Hollande, sul tavolo #WebTax e #Datagate

di Raffaella Natale |

Mercoledì pranzo con i vertici di Google e Facebook, ma già oggi nell’incontro con Obama si discuterà di soluzioni per fermare l’elusione fiscale delle multinazionali del web.

Stati Uniti


Hollande e Obama

François Hollande è volato oggi verso gli Stati Uniti per incontrare Barack Obama. Tre giorni di appuntamenti serrati dove non ci sarà spazio per il tradizionale discorso davanti al Congresso. I due presidenti, ha già anticipato Hollande, parleranno anche di come porre fine alle aggressive pratiche di ottimizzazione fiscale messe in piedi della web company che stanno producendo forti danni economici negli Usa e in Europa.

Un sistema, ha osservato Hollande, che “non è accettabile“, aggiungendo “Abbiamo concordato con il presidente Obama che faremo questo sforzo di armonizzazione fiscale”.

 

Negli Usa, Hollande arriva accompagnato da sette Ministri: Pierre Moscovici (Economia), Nicole Bricq (Commercio Estero), Arnaud Montebourg (Attività produttive) e Fleur Pellerin (Economia digitale).

La visita di Hollande capita a ridosso della notizia degli ultimi giorni, riportata in esclusiva da Le Point e ripresa da Key4biz, secondo la quale Google avrebbe ricevuto una multa record da 1 miliardo di euro per aver ‘aggirato’ le tasse francesi.

L’azienda non ha replicato mentre il Ministro all’Economia digitale Fleur Pellerin si è astenuto dal commentare l’informazione, ricordando che il dossier è coperto dal segreto fiscale.

Ultime indiscrezioni ripotate dal sito Atlantico, vanno anche oltre, riferendo che oltre a Google, pure Apple, Microsoft, Facebook, Amazon, eBooking, Groupon e Airbnb sono coinvolti in un’indagine fiscale per svariati miliardi di euro.

La prossima azienda nel mirino potrebbe essere Yahoo che ha annunciato che trasferirà la propria sede in Irlanda.

 

Grande attesa quindi per mercoledì, quando il presidente francese vedrà il gotha della Silicon Valley: pranzo con Eric Schmidt di Googl, Sheryl Sandberg di Facebook, Jack Dorsey di Twitter, Mitchell Baker di Mozilla, Tony Fadell di Nest e Marc Benioff di Salesforce.

Nel pomeriggio, vedrà anche Elon Musk (PayPal e Tesla Motors), Astro Teller (GoogleX), Paul Alivisatos (LBNL) e Ian Clark (Genentech).

 

Per i manager francesi trapiantati negli States, sarà una visita “shock”, come ha commentato Anne Bezançon che vive a San Francisco dal 1996. Il suo ultimo progetto, Placecast, è stato lanciato nel 2005 (primo cliente Microsoft) e da allora ha visto tanti politici “scioccati” dopo essersi recati nella Silicon Valley.

Riteniamo – ha osservato Bezançon – che sia un’esperienza sconvolgente perché è lo scontro tra due modi differenti di vedere il mondo e il business, ma che potrebbe aprire la porta” a profondi cambiamenti. Questi manager, che vedranno Hollande a San Francisco, sperano che il presidente abbia per loro proposte incoraggianti per rilanciare l’hi-tech in Francia.

 

Certamente durante l’incontro con Obama, Hollande non mancherà di affrontare un’altra grande questione che ha creato non poche frizioni nei rapporti tra Europa e Stati Uniti: le rivelazioni di Edward Snowden sulle intercettazioni da parte della NSA.

Pratiche – ha dichiarato il presidente francese in un’intervista al Timeche non avrebbero mai dovuto esserci e che hanno aperto un periodo difficile, non solo tra Francia e Stati Uniti, ma anche tra Europa e Stati Uniti”.

“Non c’è alcun risentimento nei confronti di Obama“, ha poi precisato per aggiungere che potrebbe essere un’occasione per “una nuova collaborazione nell’intelligence“.

 

Ma sicuramente uno degli argomenti centrali saranno appunto le pratiche di profit shifting delle multinazionali della rete che ricorrono a una serie di escamotage per traghettare ‘legalmente’ tutti i loro profitti nei paradisi fiscali e pagare al minimo le tasse sia in Europa che dall’altra parte dell’Atlantico.

In Francia il fisco ha stimato che nel 2011 Google, Amazon, Apple, Facebook e Microsoft hanno pagato tasse per 37,5 milioni invece di oltre 800 se avessero avuto un regime fiscale pari alle altre aziende europee.

Google France, in particolare, ha dichiarato per l’anno 2012 un fatturato di 192,9 milioni di euro e un utile netto di 8,3 milioni di euro, ma le imposte sul reddito pagate per questo esercizio ammontano solo a 6,5 milioni di euro.

 

Anche il Congresso Usa si è schierato contro la pratiche di ottimizzazione fiscale. Più di mille aziende americane generano 1.700 miliardi di dollari all’estero, stando a un’analisi diffusa da JP Morgan. Nel 2012 si stima che Google abbia risparmiato 2 miliardi di dollari di tasse grazie alle sue sedi opportunamente dislocate tra Olanda, Irlanda, Bermuda Sotto la lente della Commissione d’inchiesta Apple che ha 100 miliardi di dollari in fondi offshore (Memoria difensiva di Tim Cook).

Si stima che tra il 2009 e il 2012, Apple sia riuscita a sottrarre al fisco americano imposte stimate in 74 miliardi di dollari.

 

Pure in Gran Bretagna la Commissione parlamentare di inchiesta sull’evasione fiscale ha messo sotto torchio le web company, arrivando ad accusare Google di “agire in malafede per non pagare le tasse“.

Secondo alcune stime, nel 2012 le prime sette web company attive sul mercato britannico hanno complessivamente versato tasse per soli 54 milioni a fronte di ricavi totali stimati oltre 15 miliardi.

Amazon, per esempio, nel 2012 ha pagato 2,4 milioni di sterline di tasse in Gran Bretagna su vendite nel Paese di 4 miliardi di sterline. Negli ultimi sei anni ha pagato al fisco un totale di 5,9 milioni su vendite di oltre 23 miliardi.

Google ha versato 3,4 milioni di tasse in Gran Bretagna, su vendite di 4,9 miliardi di sterline.

 

In Italia per contrastare i sistemi di profit-shifting è stata introdotta la cosiddetta Web Tax con la Legge di Stabilità , promossa dal presidente della Commissione Bilancio della Camera, l’on. Francesco Boccia (Pd).

Dal primo gennaio è già in vigore la parte che riguarda la tracciabilità delle aziende che vendono pubblicità online, come Google, e bisognerà aspettare luglio per quella che prevede l’obbligo di partita Iva italiana.

 

In Italia, stando a quanto riporta oggi Affari e Finanza di Repubblica, “Amazon ha due strutture logistiche che hanno fatturato 31 milioni nel 2012. Ufficialmente. Ma il fatturato “vero” della filiale italiana di Jeff Bezos, ossia il totale di merci vendute online a cittadini italiani è vicino ai 300 milioni. E che dire di Google? Anche qui non si conosce il fatturato. Quando si calcola il valore del mercato italiano della pubblicità online si prendono i dati ufficiali e li si moltiplicano per due; Google insomma fattura da solo quanto tutti gli altri. Di più: Google è di fatto la seconda concessionaria pubblicitaria italiana dopo Publitalia ma ufficialmente è indimostrabile”.

 

L’Ocse sta adesso lavorando a un proprio piano, convinta che il comportamento fiscale delle web company crei danni perfino nei mercati in via di sviluppo.

 

I sistemi ‘furbetti’ delle multinazionali del web cominciano a stare stretti a diversi Paesi e non solo in Europa. Anche in Israele è stata presenta una proposta di legge che prevede una tassa del 7% sui ricavi pubblicitari dei motori di ricerca.

Ovviamente il problema è soprattutto europeo perché questi paradisi fiscali quasi sempre sono in Europa: Irlanda, Olanda o Lussemburgo.

 

Il governo di Dublino ha ufficialmente respinto le accuse: il vicepremier Eamon Gilmore ha dichiarato che “l’Irlanda ha un regime fiscale in regole” e che le colpe sono da attribuire a quei Paesi che presentano ancora delle ‘lacune’ nelle loro leggi che permettono alle multinazionali di ricorrere a “complesse strategie per eludere le tasse”.

 

Il presidente esecutivo di Google, Eric Schmidt, non s’è mai scomposto e ha sempre detto Fate le leggi e noi le rispetteremo“.

 

Per la fine del mese, la Francia dovrebbe aver pronta una proposta da sottoporre all’attenzione di Bruxelles che potrebbe essere una soluzione contro le web company che si sottraggono al fisco. La proposta dovrebbe essere discussa durante il semestre di presidenza italiana della Ue a partire dal primo luglio quando entrerà in vigore anche la seconda parte della proposta di Francesco Boccia che riguarda l’obbligo di partita Iva italiana per le aziende che vendono pubblicità online.

 

Il governo italiano ha ormai pochi mesi per concordare una linea con la maggioranza che lo sostiene e con i paesi europei, come appunto Francia, Gran Bretagna e Germania, già apertamente schierati contro le pratiche di ottimizzazione fiscale.

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